Non il reddito di cittadinanza, non gli attracchi. È tutta la politica italiana? Contribuisci a Patria Italiana. Do the Right Thing

di Edoardo Varini

Che cosa abbiamo, se guardiamo con doveroso disincanto il panorama politico italiano? Provateci, miei connazionali, perché, a giudicare dal voto, non siete più abituati.

Non voglio dire che avete votato male. Se anche aveste votato dall’altra parte, quelli che ora vogliono fare una costituente “antisovranista” (presente quando si dice «Non avere capito un cazzo»?), non sarebbe cambiato nulla.

Un corpo vivo, bastonato per anni, reagisce. Se non reagisce è perché è marcescente. Il segretario del PD dice: «Dobbiamo scrivere una pagina nuova, riconoscere gli errori per non rifarli, cambiare e ricostruire, con umiltà e coraggio». Ma dire questo e non dire né il come né il cosa è dire niente.

La prima cosa che il Pd e la sinistra tutta non ha saputo cogliere si chiama Zeitgeist, che in tedesco vale «spirito dei tempi», e la cui comprensione è il punto di partenza di ogni colleganza con l’elettorato.

Se non capisci che questi sono tempi barbari in cui la pietas è stata inchiodata alla croce di una legalità divenuta la roccaforte del privilegio, allora torna al tuo mestiere, se ce l’hai, ma smettila di prendere per il culo te e il tuo prossimo.

Chi sta al governo lo Zeitgesit l’ha capito benissimo ed ha cavalcato la tigre ed è giunto in cima. Ma dalla tigre non può scendere.

E seguita e seguiterà a parlare di cose inessenziali, elettoralistiche, oppure ottime, come il reddito di ultima istanza, ma sputtanate l’istante dopo dalla totale assenza di una concreta progettualità politica ed economica.

Il reddito di cittadinanza Di Maio l’ha venduto per cosa dell’indomani, il suo ministro dell’economia dice che se ne parlerà dopo il 2020, ma esiste un italiano che ci crede? Uno? E perché davanti a questo palese raggiro nessuno si indigna? Parlo dei media. Ma non vi vergognate neanche un po’?

L’antieuropeismo della Lega è scomparso, anzi, è finito tutto nel vietare l’attracco ai migranti. E i 5 Stelle sono così attaccati alla poltrona che si fanno andare bene anche questo, perché sanno benissimo che questa è la prima ed ultima volta che saranno al governo.

Hanno fatto i cazzari, il popolo non dimentica.

E ciò che manca ad entrambe le forze di governo sono sostanzialmente due cose: un’identità ideologica e le competenze. Le seconde potrebbero trovarle – anche se ne dubito – ma la prima cosa, l’identità ideologica, te la devi fare e nessuno, in tutto il panorama partitico italiano, è in grado di farsela. Senza, vinci la battaglia, ma perdi la guerra e affossi la Nazione.

Patria italiana è nata per colmare questa assenza.

È nata per vincere la guerra.

Tuttavia, lo sapete come dicono i francesi, vero? L’argent fait la guerre, «il denaro fa la guerra».

Sapete che vi dico, italiani? Parlo ai 20.000 che mi leggono ma vorrei farlo sapere a tutti, dunque, cortesemente, diffondete.

Vi dico che sono abbastanza stufo di tutte quelle persone che mi scrivono che ci vorrebbero le palle per fare la rivoluzione, perché la rivoluzione è la cosa giusta (cazzata), e poi non ti danno non dirò la vita ma nemmeno un minimo contributo per far crescere un partito che è oggi la sola cosa politica su piazza.

Sapete fare di meglio voi? Fatelo. Vi piace quello che ho fatto io? Me lo dite in tanti… Allora contribuite ed aiutate non il mio movimento, voi stessi.

Se ho fondato un movimento politico è perché mi appassiona il sociale, l’idea di costruirsi insieme un futuro migliore, collettivo, non solo il mio. E non parlo di sola economia, parlo di idee e pensieri, che sono l’umanizzazione della vita.

A voi che appassiona, Facebook? Ma Facebook è la vita di Zuckerberg, non la vostra. Ce la fate ad immaginare che la vostra possa essere migliore della sua?

Spero di sì. Perché se non riuscite, siete morti.

 

 

 

 

Destra? Sinistra? Serietà e rispetto: questo è Patria Italiana. E poi perdonate l’elmo, fa parte di me

Cari lettori, scrivo queste righe per evitare di rispondere singolarmente ogni volta a queste due obiezioni: «Patria italiana è un nome di destra», «l’elmo è un simbolo troppo violento, militaresco, troppo maschile».

Sentite, ragazze, ragazzi, se i pochi libri che avete letto li avete letti male non è colpa mia e non sarà col mio tempo che sconterò la vostra ignoranza. Attenzione, quando vi dico “ignoranti” non sto offendendo la vostra persona elevando l’aggettivo a dimensione universale. Mi riferisco solo ed esclusivamente al difetto di sapere che vi induce a queste due obiezioni.

Da All’Italia, Francesco Petrarca

Non è questo ‘l terren ch’i’ toccai pria? / Non è questo il mio nido / ove nudrito fui sí dolcemente? / Non è questa la patria in ch’io mi fido, / madre benigna et pia, / che copre l’un et l’altro mio parente?

Perdio, questo la mente / talor vi mova, et con pietà guardate / le lagrime del popol doloroso

Questa cosa è di destra? È di sinistra? Il senso di appartenenza a un suolo che ti ha dato i natali è una boutade o una realtà?

Questa cosa è. Semplicemente. Sarebbe bene che iniziassimo tutti a preoccuparci delle cose che sono.

Guardate che avere mille identità e non averne è la stessa cosa. E considerate che il presupposto di ogni dialogo e confronto è avere una propria identità. Bello vivere in mezzo a tutte le genti del mondo. Magari meno bello è farlo da fantasmi.

In risposta alla seconda obiezione, quella sull’elmo.

Primo argomento: che la forza sia divenuta una pecca è l’indice più manifesto dell’entropia contemporanea cui “Patria Italiana” si prefigge di opporsi, da ogni punto di vista. A chi mi chiede continuamente il programma: il programma è questo. Poi ci sono i programmini, che sono gli altri.

Secondo argomento: io non credo alla rappresentazione parodistica delle donne che le vorrebbe avversatrici di tutto ciò che è loro differente. È il discorso di prima: la diversità è una ricchezza, è la ricchezza del mondo. Dunque io credo che il miglior modo per rispettare le donne sia essere uomini. Ricordo un film di Godard, Il disprezzo: guardatelo.

A me, uomo, viene naturale impiegare una certa simbologia, che peraltro è stata “la” simbologia partitica fino a pochi decenni fa. Ricordate? Lo scudo crociato, la falce e il martello, la fiamma…

Di che cosa è espressione un simbolo tratto dal mondo militare? Di fermezza nella lotta, non di volontà di lotta.

Dobbiamo in sostanza deciderci, tutti quanti. O il mondo è perfetto com’è, e allora non vi sono conflitti e il bene trionferà se non oggi domani, comunque, oppure il mondo è drammaticamente e spietatamente ingiusto e la libertà e i diritti vanno conquistati e difesi con fermezza. Militaresca fermezza.

Io è 40 anni che mi porto da una casa all’altra il poster del Che. Politicamente era un asino. Umanamente un eroe. Non mi dispiacerebbe qualcosa a mezzo.

A presto.

Ragazzi: l’economia va a rotoli e l’Iva aumenterà. Accademici: volete trovare un briciolo di coraggio ed aiutare il Paese? Conta solo la carriera? Non posso credere

Sentite cari lettori, io voglio bene a tutti, però francamente che debba ricevere mail in cui mi si dice che devo «lasciar lavorare in pace i due ragazzi» mi pare eccessivo. I due ragazzi – di meno il premier, lo sappiamo tutti – si accingono a governare l’Italia e non è che puoi lasciar loro dire tutto e fare niente senza mai chieder conto.

Quello che vedo è che si stanno arroccando su due impostazioni elettoralistiche oltremisura protratte e che a questo punto avrebbero dovuto lasciare il passo a discorsi un po’ più prioritari e concreti.

E allora cos’hai? Hai Salvini che parla di contrastare l’immigrazione clandestina a martello e Di Maio che pare l’ultimo dei re taumaturghi, che rassicura tutti di tutto, che va in Confcommercio a dare la sua parola «che l’Iva non aumenterà e le clausole di salvaguardia saranno disinnescate», senza ovviamente dire come.

Però se andiamo a vedere i dati economici quel che puoi aspettarti è l’esatto contrario. La Nota mensile sull’andamento dell’economia italiana pubblicata oggi dall’Istat recita:

«Prosegue la fase di deprezzamento dell’euro, contestualmente al rialzo delle quotazioni del petrolio.

In sintonia con l’andamento ciclico dell’area euro, nel primo trimestre del 2018 l’economia italiana registra una leggera decelerazione, caratterizzata dal contributo negativo alla crescita della domanda estera e degli investimenti.

Il settore manifatturiero manifesta segnali di rallentamento mentre quello dei servizi rimane più dinamico. L’occupazione torna a crescere e la produttività migliora.

L’inflazione è in ripresa, con una dinamica che rimane decisamente inferiore a quella dell’area euro.

Prosegue la flessione dell’indicatore anticipatore suggerendo, per i prossimi mesi, una fase di rallentamento dei ritmi produttivi».

È chiaro? No, dico: vi è chiaro? Avete capito che il rialzino del Paese è stato – come dicono dei titoli in picchiata in borsa – il rimbalzo del gatto morto?

Visto che mi viene chiesto di lasciar stare “i ragazzi”, sono già certo che qualche amico professore, magari bocconiano, verrà a dirmi di lasciar stare gli altri “ragazzi”, i professori.

Però ora voglio dire pubblicamente quello che ho sempre detto loro a quattr’occhi: o chi sa mette a disposizione della politica il suo sapere per aiutare il Paese, oppure – per quanto mi riguarda – può prendere in mano tutti i libri che ha letto e scritto ed andare a buttarli nei navigli.

È ovvio che se ti esponi rischi qualcosa. Che se non sei totally mainstream magari fai carriera meno celermente, però può essere che nel guardarti allo specchio hai più soddisfazione.

Perdonate se sono stato brusco: non volevo. Però mi chiedo se si può essere buoni cittadini senza un briciolo di coraggio.

A presto.

Conte, Giuseppe, Peppino, Peppe

Conte, Giuseppe, Peppino, Peppe vorrei dirti una cosa. Una piccola cosa da niente, corazziniana, quasi, però ascoltala. Se vuoi giungo anche le mani.

Lo so che hai incassato ieri la fiducia al Senato e che oggi replicherai alla Camera. E che poi le sparerai grosse, grossissime, come un novello Adriano, come un novello Augusto. Avendo letto meno del primo e probabilmente con minor carisma del secondo ma tu, lo sappiamo, il carisma lo ricevi dai due angeli custodi che ti porti alla spalla destra ed alla sinistra.

Secondo l’angeologia islamica il primo annota soltanto le tue azioni buone ed il secondo anche le cazzate. Solitamente, mi pare, è Matteo che ti sta alla sinistra, ed avrà pertanto una vita più grama del piccolo scrivano fiorentino. Perché lo prevedo? Perché dici sciocchezze e questo non lascia presumere nulla di buono.

Prendi ieri, per esempio, quando hai detto in Senato che vai fiero del fatto che le due forze che ti hanno portato alla Presidenza del Consiglio vengano definite “populiste ed antisistema” se il populismo è «attitudine ad ascoltare i bisogni della gente».

Fammi capire: se il populismo è un’attitudine, ci si nasce. “Populista” significherebbe “altruista”, “caritatevole”, buono. Immagino che il suo contrario sia “elitario”, che starebbe per “stronzo”. Eh sì, perché uno che nemmeno sta ad ascoltare il prossimo da lui governato un pochettino stronzo è.

Ma al di là del termine, “populista”, “democratico”, stare con la gente non vorrà dire, più che ascoltarla, rispettarne l’esistenza e soddisfarne i sacrosanti, vitali bisogni?

All’ingresso delle più becere multinazionali c’è un bel tabellone dove puoi scrivere i tuoi desiderata, chessò, un minuto di pausa pranzo in più, un biliardino nuovo, una stanza per i massaggi…

L’amministratore delegato vuole dirti che ti sta ascoltando. E ti assicura che lo farà. Ma basta questo per dire che sta dalla tua parte?

Quello non è che ha l’attitudine ad ascoltare la gente. Lo fa perché così lavori e non rompi i coglioni, e non ti senti meramente uno strumento produttivo.

Egualmente io temo che tu, Giuseppe, Peppino, Conte, Peppe, dovresti smettere di ascoltare, dovresti passare al fare. L’agenda si sa. A questo punto populismo sarebbe l’attitudine a fare gli interessi della gente.

Comincia. Dai. Sennò sai che c’è? Che sembra che prendi il popolo per il culo, come Luigi XVI coi Cahiers de doléances. Ma da prima, era dal 1300 che i monarchi francesi gabbavano la gente con i “quaderni delle lamentele”.

Dai, parla, che ti ascolto. E poi tutto come prima.

Questo valse fino alla grande incazzatura generale del luglio del 1789.

A presto.

Tra adulatori ed altri «che mai non fur vivi»

Paolo Mieli per certi aspetti è fenomenale. Se leggi il suo fondo odierno lo capisci. Udite! Udite!

«Colpisce la stravagante eterogeneità delle iniziali sortite d’opposizione al governo presieduto dal professor Conte. Certo, siamo solo ai primi passi di questa esperienza ed è fisiologico che le prese di posizione antigovernative – sia a destra che a sinistra – pecchino talvolta di incoerenza e talaltra di mancanza d’ordine logico».

Voi capite? La quaestio è ribaltata. Voi ditemi che rilevanza può avere la coerenza delle obiezioni al governo. È un tema? Io è la prima volta che sento qualcosa di simile.

Abbiamo al governo l’armata Brancaleone ed il tema è l’incoerenza delle critiche che le vengono rivolte.

Be’ Paolo, però ti comprendo. Avrai le tue ragioni. Ma ti sei accorto che i vincitori hanno impiegato 80 giorni per qualcosa, il governo, che avrebbe potuto essere fatto in tre? E questo perché Salvini e Di Maio sanno di non poter agire all’unisono su nulla?

E sarà tutto uno straparlare frammisto a denunce di ostracismi da parte di Presidente della Repubblica, amministrazioni locali, burocrati europei e via elencando.

Abbiamo un ministro degli Interni che il giorno prima voleva scatenare la piazza contro il Colle.

Ma va bene così. Ci sarà sempre un colpevole della loro inazione.

Ma sapete la cosa che mi scandalizza di più? L’ignavia di tutti coloro che hanno chiara la dimensione dell’imminente catastrofe e non fanno nulla. E stanno a guardare. E stanno ad attendere… che cosa?

Questo atteggiamento apparentemente è meno esecrabile del correre in soccorso ai vincitori, ma in realtà è ancora più colpevole. Ma lo sapete che forse Dante non aveva sbagliato a dire che costoro «mai non fur vivi»?

A presto.

Di Maio: «Lo Stato oggi siamo noi». Quasi come Re Sole, ma più bestiale

«Da oggi lo Sato siamo noi», dice Gigetto Di Maio dalla romana Piazza della Bocca della verità, e dice qualcosa di un’ignoranza e di una bestialità impareggiabili.

Una cosa è il governo, una cosa è lo Stato. L’ultimo a dire qualcosa di analogo, «L’État, c’est moi», fu Luigi XIV di Francia, ma sì, il “Re Sole”, instauratore della monarchia assoluta.

Non è il numero della prima persona a fare la differenza, è il dimenticarsi che lo Stato è anche l’altra parte. Quella che non ti ha votato, quella che non ti crede, quella che ti avversa.

In un Paese decente una frase del genere avrebbe scandalizzato, nel nostro passa inosservata. Ma non a me, perdonate, che in fondo per ricordare ai miei connazionali che le parole sono importanti ho fondato un partito.

«Le parole sono azioni» diceva il più frainteso filosofo di sempre, Ludwig Wittgenstein. Ed io lo credo. Credo che le parole siano quanto ci differenzia dalle bestie, e se le usi a cazzo – perdonate – la tua prossimità con il disumano aumenta.

Che sembra niente, uno sdrucciolo verso la leggerezza. E invece è un balzo verso la disgrazia.

Leggete Primo Levi, e riflettete:

«Il fascismo non era soltanto un malgoverno buffonesco e improvvido, ma il negatore della giustizia; non aveva soltanto trascinato l’Italia in una guerra ingiusta ed infausta, ma era sorto e si era consolidato come custode di un ordine e di una legalità detestabili, fondati sulla costrizione di chi lavora, sul profitto incontrollato di chi sfrutta il lavoro altrui, sul silenzio imposto a chi pensa e non vuole essere servo, sulla menzogna sistematica e calcolata».

«Sulla menzogna sistematica e calcolata». Che non è diverso dal poter dire cose diverse a giorni alterni. Alla bisogna. E sai quando succede? Quando non hai una visione morale del mondo e di te stesso.

Dice Grillo che questa sarà una rivoluzione democratica. Peccato che sia iniziata con la frase di un monarca assoluto.

A presto.

La cialtronaggine è l’ultimo lusso che questo Paese ha potuto permettersi

I fenomeni, gli unti dall’improbabile Signore delle smargiassate, Matteo e Gigetto, pensavano che la finanza non contasse un piffero. E lo pensavano per la semplice ragione che non la conoscono.

La finanza è una brutta bestia. Ripeto: è una brutta bestia. Non dico che sia necessariamente sbagliato opporsi alle sue logiche, ma quando lo fai devi sapere a che cosa vai incontro. E ciò a cui vai incontro sono lacrime, dolore e sangue. Nessuno di questi concetti è mai stato preso in considerazione da segretari di partito che non hanno il minimo rispetto delle persone e delle cose.

Vuoi essere un bravo politico? Rispetta la gente. Io me lo ricordo Salvini che diceva che se si fornisce un sostegno ai padri senza reddito si fomenta la nullafacenza. Il problema dl sostentamento di una famiglia italiana non rileva. Questo significa che non rispetti le persone, e che non hai capito che il tuo benessere economico è come quello di tutti, poggiante su una sfera che gira, la Fortuna.

Io lo sento tutti i giorni Di Maio dire che darà un reddito a tutti i diseredati, ma quello che non dice è che non puoi farlo con il sorriso: se vuoi farlo, devi andare dai privilegiati – possibilmente senza sorriso perché altrimenti sei un dissociato – è togliere loro qualche privilegio.

E tra privilegiati ci sono pensionati con il retributivo (sopra una certa soglia), dirigenti pubblici, giudici, falsi invalidi, diplomatici, politici, boiardi di Stato d’ogni ordine e grado: la vuoi fare, Gigetto, ‘sta cosa? Se no, e non lo vuoi, e non lo puoi, piantala di pendere per il culo la povera gente. Nemmeno tu rispetti le persone.

Possiamo senza dubbio affermare che il menefreghismo verso il prossimo apparenta i due consoli della smargiassata, lo ripeto, vedi l’incipit.

Ma torniamo alla finanza. Dal “Sole 24 Ore” odierno: «Lo spread BTp-Bund vola a 215 punti, poi ripiega. Tasso del BTp decennale al 2,47%. Piaz Affari -1,54%: in 9 sedute bruciati 51 miliardi di capitalizzazione. In una settimana record di riscatti dai fondi azionari che investono in Italia».

Non vi basta? Allora ascoltate questa, che fa paura davvero, e poi vi spiego perché.

«Moody’s avverte l’Italia e mette sotto osservazione il rating “Baa2” per un possibile downgrade».

Sapete cosa vuol dire questo? Vuol dire che già siamo a un gradino bassissimo, poi ne resta uno “Baa3”. E poi i nostri titoli di stato divengono “Not prime”. Vuol dire “spazzatura”. Vuol dire che non sono più buoni per l’investimento. Vuol dire che il nostro debito pubblico lo compreranno solo gli speculatori, oppure nessuno. Vuol dire che questo Paese è finito.

Non è scritto nelle stelle che si possa leggere la “Gazzetta” e sparare minchiate ogni domenica mattina. Questa cosa si chiama benessere. E lo state perdendo.

Magari se ve ne accorgete un istante prima, per tempo, cioè ora, la catastrofe la si può evitare. Ma per tempo vuol dire ora, lo ripeto. E vuol dire tornare a credere nella politica. E al rispetto del prossimo.

A presto.

Galli della Loggia: «Ci servono nuovi partiti per rifondare la Nazione». Uno l’ho fondato, si chiama Patria italiana

«Mille segni di crisi – tra cui ultimo di queste ore la clamorosa confisca / cancellazione di fatto, ad opera della nuova partitocrazia, della carica di Presidente del Consiglio – indicano che ormai all’ordine del giorno va messa la Rifondazione della Repubblica.

Né più né meno. […] Ci servono nuove culture politiche, nuovi partiti, capaci innanzitutto di muoversi in una simile direzione».

Ernesto Galli della Loggia non figura nel novero degli scribacchini un tanto al rigo che anche il “Corriere” non si perita poi troppo di assoldare.

Però quando leggi cose pensate, colte, fattive e concrete, te lo ricordi che cosa dovrebbe essere il giornalismo.

Galli della Loggia parla della necessità di nuovi partiti che ricostituiscano la storia e l’identità e la dignità nazionale. Io ho fondato un partito che si chiama “Patria italiana” e non perché sono epigono di Chauvin ma esattamente per quanto scrive Della Loggia, come reazione a «un Paese che sembra non sapere più che cosa è né cosa vuole essere; senza idee, senza strategie, senz’anima, sempre più terra di diseguaglianze e povertà».

Credetemi, io non voglio parlare degli ammicchi televisivi di eletti che non hanno mai chiaramente letto né un libro di economia né di diritto né probabilmente di alcun genere, e che hanno capito che chiunque li intervisterà non riserverà loro che carezze ed encomi, io sono stufo di parlare di degrado. Tanto in questo resta insuperabile Petronio.

Io vorrei parlare di virtù civica e morale, di rigore e coraggio, di visione e fermezza.

Io credo che gli italiani siano il popolo con meno autostima al mondo. E allora se fai un partito, una scuola, un corso, un lavoro la prima cosa che devi fare è quella di dire loro: ricordatevi chi eravate. Prima che vi facessero dubitare financo della capacità di alzare gli occhi verso una meta ed iniziare il cammino.

Perché la meta esiste. È lontano da qui. È vicina a voi.

Un compitino nel giorno dei lavoratori: rileggete l’Articolo 4 – Tra Buster Keaton ed idoli zoomorfi

Costituzione italiana, Articolo 4

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Dal momento che il tempo di perder tempo è finito da un pezzo, dirò solo due dati, che forse non tutti conoscete. Quattro milioni di italiani sono intrappolati nelle formule contrattuali brevi, il che significa che a quattro milioni di lavoratori italiani è precluso di progettarsi un futuro. A molti di loro ed ai loro figli sarà precluso di averlo.

Depurate dall’inflazione, le retribuzioni pro capite del 2016 sono più basse di 600 euro rispetto a quelle del 2007.

Riflettete su questi due dati – ma lo sapete tutti quanti potrei citarne – e rileggete l’Articolo 4 e poi ditemi se vi sembra rispettato o anche soltanto se la politica vi pare stia facendo qualcosa per farlo rispettare.

Fare finta. Il mantra della democrazia italiana. Ora bisogna fare finta di credere che i risultati in Friuli cambino le cose. Anche se tutti sanno che non è vero. A livello di governo nazionale non spostano una virgola.

Che i tentativi keatoniani di fare un governo, in questo paese di leccaculo pronti a occuparsi del niente, reggano a stento le prime pagine, è qualcosa che la dice lunga.

Anche i cerimonieri usi all’indecenza della velina questa volta segnano il passo, ed un dubbio li sfiora: ma non se ne accorgeranno i lettori, gli spettatori, i radioascoltatori che una cosa tipo l’ipotesi di un governo Pd – Cinque stelle, questa cosa che è tornata a farla da padrone Renzi con il suo paroliberismo troppo distante da Marinetti e troppo prossimo alla disfasia, questa cosa che Calenda minaccia il ritiro se fanno l’accordo e Gozi invece lo invoca, questa cosa che tutte queste cose insieme non fanno la metà di un’idea, di un concetto, di un fatto, non sarà che prima o poi gli italiani ci sgamano e ci prendono a pedate?

«Ma no, ma no», risponde un altro giornalista «sono gli stessi italiani che sono andati a votare». A votare a milioni e milioni i 5 stelle, il partito più comodo al capitalismo: nessuna ideologia, solo merceologia.

E tutti a chiamare genii i Casaleggio, padre e figlio, per aver fondato un partito rigidissimo alla radice e totalmente smidollato alle fronde, che di esso puoi dire soltanto che chi ne manovra i fili lo farà per sempre; ma se il programma di oggi sarà o meno quello di domani non puoi dirlo mai.

E poi abbiamo il Pd di Martina che rimarca le differenze mentre prova a nasconderle senza nemmeno sviare l’attenzione del riguardante verso altro: il prestigiatore della domenica in un mercoledì senza mercato in una piazza deserta.

E poi Salvini, che ha smesso di vincere quando ha vinto le elezioni: non proprio quell’istante, subito dopo, quando ha capito che il castello di beole da scagliare agli immigrati e ai ladri e di compagni di coalizione improponibili lo avrebbe trascinato alla Geenna. Dove ripetere «Non lascio Berlusconi», vantando lo stesso merito di chi non abbandona un cane all’angolo della strada. Non è un po’ poco? Ogni abbandono in fondo è criminale, e se hai letto “Il Piccolo Principe” lo sai. Ma l’abbandono della ragione è imperdonabile. Almeno se il perdono è comprensione.

Ora, presto, vi accorgerete, italiani, che non esiste altro partito che Patria Italiana. Perché fondato sulla bizzarra idea che a distinguere l’uomo dalle bestie sia il pensiero (mi perdonino gli adoratori degli idoli zoomorfi) e sulla foscoliana, sulla antica greca convinzione che a fondare la civiltà sia la pietas.

Che non è la pietà, non c’entra nulla la misericordia. Misericordioso può essere Dio. Nessuno sta in alto, nessuno sta in basso: si è uomini. Fraternamente. la pietas è il sentimento che induce amore, comprensione e rispetto per le altre persone.

Deve tornare ad essere il cuore e il fondamento della politica. Non è cosa difficile in sé. Lo è diventata perché ce l’hanno fatta dimenticare. Ricordiamocela allora. È tempo.

A presto.