Destra? Sinistra? Serietà e rispetto: questo è Patria Italiana. E poi perdonate l’elmo, fa parte di me

Cari lettori, scrivo queste righe per evitare di rispondere singolarmente ogni volta a queste due obiezioni: «Patria italiana è un nome di destra», «l’elmo è un simbolo troppo violento, militaresco, troppo maschile».

Sentite, ragazze, ragazzi, se i pochi libri che avete letto li avete letti male non è colpa mia e non sarà col mio tempo che sconterò la vostra ignoranza. Attenzione, quando vi dico “ignoranti” non sto offendendo la vostra persona elevando l’aggettivo a dimensione universale. Mi riferisco solo ed esclusivamente al difetto di sapere che vi induce a queste due obiezioni.

Da All’Italia, Francesco Petrarca

Non è questo ‘l terren ch’i’ toccai pria? / Non è questo il mio nido / ove nudrito fui sí dolcemente? / Non è questa la patria in ch’io mi fido, / madre benigna et pia, / che copre l’un et l’altro mio parente?

Perdio, questo la mente / talor vi mova, et con pietà guardate / le lagrime del popol doloroso

Questa cosa è di destra? È di sinistra? Il senso di appartenenza a un suolo che ti ha dato i natali è una boutade o una realtà?

Questa cosa è. Semplicemente. Sarebbe bene che iniziassimo tutti a preoccuparci delle cose che sono.

Guardate che avere mille identità e non averne è la stessa cosa. E considerate che il presupposto di ogni dialogo e confronto è avere una propria identità. Bello vivere in mezzo a tutte le genti del mondo. Magari meno bello è farlo da fantasmi.

In risposta alla seconda obiezione, quella sull’elmo.

Primo argomento: che la forza sia divenuta una pecca è l’indice più manifesto dell’entropia contemporanea cui “Patria Italiana” si prefigge di opporsi, da ogni punto di vista. A chi mi chiede continuamente il programma: il programma è questo. Poi ci sono i programmini, che sono gli altri.

Secondo argomento: io non credo alla rappresentazione parodistica delle donne che le vorrebbe avversatrici di tutto ciò che è loro differente. È il discorso di prima: la diversità è una ricchezza, è la ricchezza del mondo. Dunque io credo che il miglior modo per rispettare le donne sia essere uomini. Ricordo un film di Godard, Il disprezzo: guardatelo.

A me, uomo, viene naturale impiegare una certa simbologia, che peraltro è stata “la” simbologia partitica fino a pochi decenni fa. Ricordate? Lo scudo crociato, la falce e il martello, la fiamma…

Di che cosa è espressione un simbolo tratto dal mondo militare? Di fermezza nella lotta, non di volontà di lotta.

Dobbiamo in sostanza deciderci, tutti quanti. O il mondo è perfetto com’è, e allora non vi sono conflitti e il bene trionferà se non oggi domani, comunque, oppure il mondo è drammaticamente e spietatamente ingiusto e la libertà e i diritti vanno conquistati e difesi con fermezza. Militaresca fermezza.

Io è 40 anni che mi porto da una casa all’altra il poster del Che. Politicamente era un asino. Umanamente un eroe. Non mi dispiacerebbe qualcosa a mezzo.

A presto.

Ragazzi: l’economia va a rotoli e l’Iva aumenterà. Accademici: volete trovare un briciolo di coraggio ed aiutare il Paese? Conta solo la carriera? Non posso credere

Sentite cari lettori, io voglio bene a tutti, però francamente che debba ricevere mail in cui mi si dice che devo «lasciar lavorare in pace i due ragazzi» mi pare eccessivo. I due ragazzi – di meno il premier, lo sappiamo tutti – si accingono a governare l’Italia e non è che puoi lasciar loro dire tutto e fare niente senza mai chieder conto.

Quello che vedo è che si stanno arroccando su due impostazioni elettoralistiche oltremisura protratte e che a questo punto avrebbero dovuto lasciare il passo a discorsi un po’ più prioritari e concreti.

E allora cos’hai? Hai Salvini che parla di contrastare l’immigrazione clandestina a martello e Di Maio che pare l’ultimo dei re taumaturghi, che rassicura tutti di tutto, che va in Confcommercio a dare la sua parola «che l’Iva non aumenterà e le clausole di salvaguardia saranno disinnescate», senza ovviamente dire come.

Però se andiamo a vedere i dati economici quel che puoi aspettarti è l’esatto contrario. La Nota mensile sull’andamento dell’economia italiana pubblicata oggi dall’Istat recita:

«Prosegue la fase di deprezzamento dell’euro, contestualmente al rialzo delle quotazioni del petrolio.

In sintonia con l’andamento ciclico dell’area euro, nel primo trimestre del 2018 l’economia italiana registra una leggera decelerazione, caratterizzata dal contributo negativo alla crescita della domanda estera e degli investimenti.

Il settore manifatturiero manifesta segnali di rallentamento mentre quello dei servizi rimane più dinamico. L’occupazione torna a crescere e la produttività migliora.

L’inflazione è in ripresa, con una dinamica che rimane decisamente inferiore a quella dell’area euro.

Prosegue la flessione dell’indicatore anticipatore suggerendo, per i prossimi mesi, una fase di rallentamento dei ritmi produttivi».

È chiaro? No, dico: vi è chiaro? Avete capito che il rialzino del Paese è stato – come dicono dei titoli in picchiata in borsa – il rimbalzo del gatto morto?

Visto che mi viene chiesto di lasciar stare “i ragazzi”, sono già certo che qualche amico professore, magari bocconiano, verrà a dirmi di lasciar stare gli altri “ragazzi”, i professori.

Però ora voglio dire pubblicamente quello che ho sempre detto loro a quattr’occhi: o chi sa mette a disposizione della politica il suo sapere per aiutare il Paese, oppure – per quanto mi riguarda – può prendere in mano tutti i libri che ha letto e scritto ed andare a buttarli nei navigli.

È ovvio che se ti esponi rischi qualcosa. Che se non sei totally mainstream magari fai carriera meno celermente, però può essere che nel guardarti allo specchio hai più soddisfazione.

Perdonate se sono stato brusco: non volevo. Però mi chiedo se si può essere buoni cittadini senza un briciolo di coraggio.

A presto.

Conte, Giuseppe, Peppino, Peppe

Conte, Giuseppe, Peppino, Peppe vorrei dirti una cosa. Una piccola cosa da niente, corazziniana, quasi, però ascoltala. Se vuoi giungo anche le mani.

Lo so che hai incassato ieri la fiducia al Senato e che oggi replicherai alla Camera. E che poi le sparerai grosse, grossissime, come un novello Adriano, come un novello Augusto. Avendo letto meno del primo e probabilmente con minor carisma del secondo ma tu, lo sappiamo, il carisma lo ricevi dai due angeli custodi che ti porti alla spalla destra ed alla sinistra.

Secondo l’angeologia islamica il primo annota soltanto le tue azioni buone ed il secondo anche le cazzate. Solitamente, mi pare, è Matteo che ti sta alla sinistra, ed avrà pertanto una vita più grama del piccolo scrivano fiorentino. Perché lo prevedo? Perché dici sciocchezze e questo non lascia presumere nulla di buono.

Prendi ieri, per esempio, quando hai detto in Senato che vai fiero del fatto che le due forze che ti hanno portato alla Presidenza del Consiglio vengano definite “populiste ed antisistema” se il populismo è «attitudine ad ascoltare i bisogni della gente».

Fammi capire: se il populismo è un’attitudine, ci si nasce. “Populista” significherebbe “altruista”, “caritatevole”, buono. Immagino che il suo contrario sia “elitario”, che starebbe per “stronzo”. Eh sì, perché uno che nemmeno sta ad ascoltare il prossimo da lui governato un pochettino stronzo è.

Ma al di là del termine, “populista”, “democratico”, stare con la gente non vorrà dire, più che ascoltarla, rispettarne l’esistenza e soddisfarne i sacrosanti, vitali bisogni?

All’ingresso delle più becere multinazionali c’è un bel tabellone dove puoi scrivere i tuoi desiderata, chessò, un minuto di pausa pranzo in più, un biliardino nuovo, una stanza per i massaggi…

L’amministratore delegato vuole dirti che ti sta ascoltando. E ti assicura che lo farà. Ma basta questo per dire che sta dalla tua parte?

Quello non è che ha l’attitudine ad ascoltare la gente. Lo fa perché così lavori e non rompi i coglioni, e non ti senti meramente uno strumento produttivo.

Egualmente io temo che tu, Giuseppe, Peppino, Conte, Peppe, dovresti smettere di ascoltare, dovresti passare al fare. L’agenda si sa. A questo punto populismo sarebbe l’attitudine a fare gli interessi della gente.

Comincia. Dai. Sennò sai che c’è? Che sembra che prendi il popolo per il culo, come Luigi XVI coi Cahiers de doléances. Ma da prima, era dal 1300 che i monarchi francesi gabbavano la gente con i “quaderni delle lamentele”.

Dai, parla, che ti ascolto. E poi tutto come prima.

Questo valse fino alla grande incazzatura generale del luglio del 1789.

A presto.

Tra adulatori ed altri «che mai non fur vivi»

Paolo Mieli per certi aspetti è fenomenale. Se leggi il suo fondo odierno lo capisci. Udite! Udite!

«Colpisce la stravagante eterogeneità delle iniziali sortite d’opposizione al governo presieduto dal professor Conte. Certo, siamo solo ai primi passi di questa esperienza ed è fisiologico che le prese di posizione antigovernative – sia a destra che a sinistra – pecchino talvolta di incoerenza e talaltra di mancanza d’ordine logico».

Voi capite? La quaestio è ribaltata. Voi ditemi che rilevanza può avere la coerenza delle obiezioni al governo. È un tema? Io è la prima volta che sento qualcosa di simile.

Abbiamo al governo l’armata Brancaleone ed il tema è l’incoerenza delle critiche che le vengono rivolte.

Be’ Paolo, però ti comprendo. Avrai le tue ragioni. Ma ti sei accorto che i vincitori hanno impiegato 80 giorni per qualcosa, il governo, che avrebbe potuto essere fatto in tre? E questo perché Salvini e Di Maio sanno di non poter agire all’unisono su nulla?

E sarà tutto uno straparlare frammisto a denunce di ostracismi da parte di Presidente della Repubblica, amministrazioni locali, burocrati europei e via elencando.

Abbiamo un ministro degli Interni che il giorno prima voleva scatenare la piazza contro il Colle.

Ma va bene così. Ci sarà sempre un colpevole della loro inazione.

Ma sapete la cosa che mi scandalizza di più? L’ignavia di tutti coloro che hanno chiara la dimensione dell’imminente catastrofe e non fanno nulla. E stanno a guardare. E stanno ad attendere… che cosa?

Questo atteggiamento apparentemente è meno esecrabile del correre in soccorso ai vincitori, ma in realtà è ancora più colpevole. Ma lo sapete che forse Dante non aveva sbagliato a dire che costoro «mai non fur vivi»?

A presto.

Di Maio: «Lo Stato oggi siamo noi». Quasi come Re Sole, ma più bestiale

«Da oggi lo Sato siamo noi», dice Gigetto Di Maio dalla romana Piazza della Bocca della verità, e dice qualcosa di un’ignoranza e di una bestialità impareggiabili.

Una cosa è il governo, una cosa è lo Stato. L’ultimo a dire qualcosa di analogo, «L’État, c’est moi», fu Luigi XIV di Francia, ma sì, il “Re Sole”, instauratore della monarchia assoluta.

Non è il numero della prima persona a fare la differenza, è il dimenticarsi che lo Stato è anche l’altra parte. Quella che non ti ha votato, quella che non ti crede, quella che ti avversa.

In un Paese decente una frase del genere avrebbe scandalizzato, nel nostro passa inosservata. Ma non a me, perdonate, che in fondo per ricordare ai miei connazionali che le parole sono importanti ho fondato un partito.

«Le parole sono azioni» diceva il più frainteso filosofo di sempre, Ludwig Wittgenstein. Ed io lo credo. Credo che le parole siano quanto ci differenzia dalle bestie, e se le usi a cazzo – perdonate – la tua prossimità con il disumano aumenta.

Che sembra niente, uno sdrucciolo verso la leggerezza. E invece è un balzo verso la disgrazia.

Leggete Primo Levi, e riflettete:

«Il fascismo non era soltanto un malgoverno buffonesco e improvvido, ma il negatore della giustizia; non aveva soltanto trascinato l’Italia in una guerra ingiusta ed infausta, ma era sorto e si era consolidato come custode di un ordine e di una legalità detestabili, fondati sulla costrizione di chi lavora, sul profitto incontrollato di chi sfrutta il lavoro altrui, sul silenzio imposto a chi pensa e non vuole essere servo, sulla menzogna sistematica e calcolata».

«Sulla menzogna sistematica e calcolata». Che non è diverso dal poter dire cose diverse a giorni alterni. Alla bisogna. E sai quando succede? Quando non hai una visione morale del mondo e di te stesso.

Dice Grillo che questa sarà una rivoluzione democratica. Peccato che sia iniziata con la frase di un monarca assoluto.

A presto.

La cialtronaggine è l’ultimo lusso che questo Paese ha potuto permettersi

I fenomeni, gli unti dall’improbabile Signore delle smargiassate, Matteo e Gigetto, pensavano che la finanza non contasse un piffero. E lo pensavano per la semplice ragione che non la conoscono.

La finanza è una brutta bestia. Ripeto: è una brutta bestia. Non dico che sia necessariamente sbagliato opporsi alle sue logiche, ma quando lo fai devi sapere a che cosa vai incontro. E ciò a cui vai incontro sono lacrime, dolore e sangue. Nessuno di questi concetti è mai stato preso in considerazione da segretari di partito che non hanno il minimo rispetto delle persone e delle cose.

Vuoi essere un bravo politico? Rispetta la gente. Io me lo ricordo Salvini che diceva che se si fornisce un sostegno ai padri senza reddito si fomenta la nullafacenza. Il problema dl sostentamento di una famiglia italiana non rileva. Questo significa che non rispetti le persone, e che non hai capito che il tuo benessere economico è come quello di tutti, poggiante su una sfera che gira, la Fortuna.

Io lo sento tutti i giorni Di Maio dire che darà un reddito a tutti i diseredati, ma quello che non dice è che non puoi farlo con il sorriso: se vuoi farlo, devi andare dai privilegiati – possibilmente senza sorriso perché altrimenti sei un dissociato – è togliere loro qualche privilegio.

E tra privilegiati ci sono pensionati con il retributivo (sopra una certa soglia), dirigenti pubblici, giudici, falsi invalidi, diplomatici, politici, boiardi di Stato d’ogni ordine e grado: la vuoi fare, Gigetto, ‘sta cosa? Se no, e non lo vuoi, e non lo puoi, piantala di pendere per il culo la povera gente. Nemmeno tu rispetti le persone.

Possiamo senza dubbio affermare che il menefreghismo verso il prossimo apparenta i due consoli della smargiassata, lo ripeto, vedi l’incipit.

Ma torniamo alla finanza. Dal “Sole 24 Ore” odierno: «Lo spread BTp-Bund vola a 215 punti, poi ripiega. Tasso del BTp decennale al 2,47%. Piaz Affari -1,54%: in 9 sedute bruciati 51 miliardi di capitalizzazione. In una settimana record di riscatti dai fondi azionari che investono in Italia».

Non vi basta? Allora ascoltate questa, che fa paura davvero, e poi vi spiego perché.

«Moody’s avverte l’Italia e mette sotto osservazione il rating “Baa2” per un possibile downgrade».

Sapete cosa vuol dire questo? Vuol dire che già siamo a un gradino bassissimo, poi ne resta uno “Baa3”. E poi i nostri titoli di stato divengono “Not prime”. Vuol dire “spazzatura”. Vuol dire che non sono più buoni per l’investimento. Vuol dire che il nostro debito pubblico lo compreranno solo gli speculatori, oppure nessuno. Vuol dire che questo Paese è finito.

Non è scritto nelle stelle che si possa leggere la “Gazzetta” e sparare minchiate ogni domenica mattina. Questa cosa si chiama benessere. E lo state perdendo.

Magari se ve ne accorgete un istante prima, per tempo, cioè ora, la catastrofe la si può evitare. Ma per tempo vuol dire ora, lo ripeto. E vuol dire tornare a credere nella politica. E al rispetto del prossimo.

A presto.

Galli della Loggia: «Ci servono nuovi partiti per rifondare la Nazione». Uno l’ho fondato, si chiama Patria italiana

«Mille segni di crisi – tra cui ultimo di queste ore la clamorosa confisca / cancellazione di fatto, ad opera della nuova partitocrazia, della carica di Presidente del Consiglio – indicano che ormai all’ordine del giorno va messa la Rifondazione della Repubblica.

Né più né meno. […] Ci servono nuove culture politiche, nuovi partiti, capaci innanzitutto di muoversi in una simile direzione».

Ernesto Galli della Loggia non figura nel novero degli scribacchini un tanto al rigo che anche il “Corriere” non si perita poi troppo di assoldare.

Però quando leggi cose pensate, colte, fattive e concrete, te lo ricordi che cosa dovrebbe essere il giornalismo.

Galli della Loggia parla della necessità di nuovi partiti che ricostituiscano la storia e l’identità e la dignità nazionale. Io ho fondato un partito che si chiama “Patria italiana” e non perché sono epigono di Chauvin ma esattamente per quanto scrive Della Loggia, come reazione a «un Paese che sembra non sapere più che cosa è né cosa vuole essere; senza idee, senza strategie, senz’anima, sempre più terra di diseguaglianze e povertà».

Credetemi, io non voglio parlare degli ammicchi televisivi di eletti che non hanno mai chiaramente letto né un libro di economia né di diritto né probabilmente di alcun genere, e che hanno capito che chiunque li intervisterà non riserverà loro che carezze ed encomi, io sono stufo di parlare di degrado. Tanto in questo resta insuperabile Petronio.

Io vorrei parlare di virtù civica e morale, di rigore e coraggio, di visione e fermezza.

Io credo che gli italiani siano il popolo con meno autostima al mondo. E allora se fai un partito, una scuola, un corso, un lavoro la prima cosa che devi fare è quella di dire loro: ricordatevi chi eravate. Prima che vi facessero dubitare financo della capacità di alzare gli occhi verso una meta ed iniziare il cammino.

Perché la meta esiste. È lontano da qui. È vicina a voi.

Un compitino nel giorno dei lavoratori: rileggete l’Articolo 4 – Tra Buster Keaton ed idoli zoomorfi

Costituzione italiana, Articolo 4

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Dal momento che il tempo di perder tempo è finito da un pezzo, dirò solo due dati, che forse non tutti conoscete. Quattro milioni di italiani sono intrappolati nelle formule contrattuali brevi, il che significa che a quattro milioni di lavoratori italiani è precluso di progettarsi un futuro. A molti di loro ed ai loro figli sarà precluso di averlo.

Depurate dall’inflazione, le retribuzioni pro capite del 2016 sono più basse di 600 euro rispetto a quelle del 2007.

Riflettete su questi due dati – ma lo sapete tutti quanti potrei citarne – e rileggete l’Articolo 4 e poi ditemi se vi sembra rispettato o anche soltanto se la politica vi pare stia facendo qualcosa per farlo rispettare.

Fare finta. Il mantra della democrazia italiana. Ora bisogna fare finta di credere che i risultati in Friuli cambino le cose. Anche se tutti sanno che non è vero. A livello di governo nazionale non spostano una virgola.

Che i tentativi keatoniani di fare un governo, in questo paese di leccaculo pronti a occuparsi del niente, reggano a stento le prime pagine, è qualcosa che la dice lunga.

Anche i cerimonieri usi all’indecenza della velina questa volta segnano il passo, ed un dubbio li sfiora: ma non se ne accorgeranno i lettori, gli spettatori, i radioascoltatori che una cosa tipo l’ipotesi di un governo Pd – Cinque stelle, questa cosa che è tornata a farla da padrone Renzi con il suo paroliberismo troppo distante da Marinetti e troppo prossimo alla disfasia, questa cosa che Calenda minaccia il ritiro se fanno l’accordo e Gozi invece lo invoca, questa cosa che tutte queste cose insieme non fanno la metà di un’idea, di un concetto, di un fatto, non sarà che prima o poi gli italiani ci sgamano e ci prendono a pedate?

«Ma no, ma no», risponde un altro giornalista «sono gli stessi italiani che sono andati a votare». A votare a milioni e milioni i 5 stelle, il partito più comodo al capitalismo: nessuna ideologia, solo merceologia.

E tutti a chiamare genii i Casaleggio, padre e figlio, per aver fondato un partito rigidissimo alla radice e totalmente smidollato alle fronde, che di esso puoi dire soltanto che chi ne manovra i fili lo farà per sempre; ma se il programma di oggi sarà o meno quello di domani non puoi dirlo mai.

E poi abbiamo il Pd di Martina che rimarca le differenze mentre prova a nasconderle senza nemmeno sviare l’attenzione del riguardante verso altro: il prestigiatore della domenica in un mercoledì senza mercato in una piazza deserta.

E poi Salvini, che ha smesso di vincere quando ha vinto le elezioni: non proprio quell’istante, subito dopo, quando ha capito che il castello di beole da scagliare agli immigrati e ai ladri e di compagni di coalizione improponibili lo avrebbe trascinato alla Geenna. Dove ripetere «Non lascio Berlusconi», vantando lo stesso merito di chi non abbandona un cane all’angolo della strada. Non è un po’ poco? Ogni abbandono in fondo è criminale, e se hai letto “Il Piccolo Principe” lo sai. Ma l’abbandono della ragione è imperdonabile. Almeno se il perdono è comprensione.

Ora, presto, vi accorgerete, italiani, che non esiste altro partito che Patria Italiana. Perché fondato sulla bizzarra idea che a distinguere l’uomo dalle bestie sia il pensiero (mi perdonino gli adoratori degli idoli zoomorfi) e sulla foscoliana, sulla antica greca convinzione che a fondare la civiltà sia la pietas.

Che non è la pietà, non c’entra nulla la misericordia. Misericordioso può essere Dio. Nessuno sta in alto, nessuno sta in basso: si è uomini. Fraternamente. la pietas è il sentimento che induce amore, comprensione e rispetto per le altre persone.

Deve tornare ad essere il cuore e il fondamento della politica. Non è cosa difficile in sé. Lo è diventata perché ce l’hanno fatta dimenticare. Ricordiamocela allora. È tempo.

A presto.

Discorso di presentazione del Movimento politico “Patria italiana”, Lecco, 4 aprile 2018

 di Edoardo Varini

Benvenuti in questa serata di primavera, alla presentazione di questa nuova formazione politica, “Patria italiana”, una serata che corre in un Paese in avanzato autunno, un Paese di foglie morte e di sempre meno sole, ove per sole si intendano la ragione e la fiducia.

La fiducia in un futuro migliore, la stessa che per tutto il XX secolo hanno avuto i nostri padri. È il fondamento stesso dell’idea di progresso. Qualcuno di voi, in questa sala, riesce a pensare che il futuro dei propri figli sarà migliore del proprio? In questo che sempre meno motivatamente ci ostiniamo a chiamare “il Bel Paese”?

La prima cosa che colpisce, analizzando l’Italia dal punto di vista economico – e affermo già qui, in apertura, di avversare fieramente la politica disgiunta dall’economia, perché diviene in tal caso una ben triste e spesso criminale pagliacciata – è il profondo disagio in cui versano milioni di suoi cittadini, e questo a fronte non già del silenzio della politica – che sarebbe comunque, intendiamoci, gravissimo – ma di una vera e propria sistematica, ipocrita e strumentale continua proposta di soluzioni di sostegno disattese dai fatti l’istante successivo.

Ultimo ed eclatante è il caso del cosiddetto “reddito di cittadinanza”, vera ragione, sebbene presto e purtroppo assai probabilmente disattesa, del grande successo elettorale riscosso dal Movimento 5 Stelle alle ultime elezioni politiche.

Una misura che, se fosse davvero attuabile, sarebbe la più meritoria che un governo possa realizzare. Cerchiamo di capirci: è la priorità nazionale assoluta e pertanto deve essere realizzabile, ma bisogna anche dire come.

Ed il come è il ricalcolo delle pensioni, di tutte le pensioni, con il contributivo, che libererebbe 40 miliardi, la cifra necessaria. Questo ovviamente oltre ad altre misure, a partire dl taglio degli sprechi. Ma se non dici questo vendi fumo.

E vendere fumo presuppone il disprezzo delle persone. Una delle ragioni che mi hanno spinto a fondare Patria italiana potrebbero essere considerate, nel funereo vaudeville della politica nostrana, addirittura eversive: la reintroduzione del rispetto delle persone e delle verità.

Che sia intollerabile che in Italia ci siano 3 milioni di disoccupati e 8 milioni di poveri, ed altrettanti che possono diventarlo da un momento all’altro, è un problema che se la politica fosse ancora una cosa seria dovrebbe essere all’ordine del giorno fino al momento della sua risoluzione.

E invece non lo è, o quantomeno non lo è seriamente. Il governo Renzi ha finto di occuparsene con il reddito di inclusione sociale, ma ha posto limiti di età troppo avanzati e previsto cifre irrisorie: una vera e propria presa per i fondelli.

Non c’è niente da fare: per un lavoratore autonomo che in Italia perda il posto di lavoro è prevista una cosa sola: la disperazione.

Avrete notato che il numero dei suicidi per ragioni economiche non viene più comunicato dall’Istat. Nell’opinione comune, cioè nell’opinione artatamente indotta da mass media a libro paga del potere, togliersi la vita non è violenza. Lo è soltanto andare a protestare per le strade e per le piazze lanciando sanpietrini.

E invece è anche violenza portare madri, padri, fratelli e sorelle alla disperazione. Di vita ce n’è una sola, ed è una sola per tutti. Consentire a tutti di viverla dignitosamente non è uno dei compiti della politica ma è “il compito”, al confronto del quale tutti gli altri svaporano.

Una politica che non si ponga questo obiettivo, che dia per scontata l’esclusione di moltissimi. di milioni di cittadini, non è più una politica democratica è semplicemente un esercizio di potere.

Solitamente, nella storia, quando la protervia del potere raggiunge livelli troppo oppressivi, esattamente quali quelli vigenti nel nostro Paese, accadono le rivoluzioni. E questo per una semplice ragione: il patto sociale – quanto cioè è il fondamento primo ed assoluto della convivenza civile sotto l’egida di uno Stato – si fonda esattamente su un baratto tra cittadini e Stato. I cittadini rinunciano a farsi giustizia da soli ricevendone in cambio l’assicurazione da parte dello Stato della possibilità di vivere una vita dignitosa.

Ma il patto, questo patto, anche se nessuno lo dice, è saltato. Non solo lo Stato non assicura una vita dignitosa a tutti i suoi cittadini, ma non assicura nemmeno lo stesso diritto alla vita.

Quando tu, Stato, non prevedi sostegno per milioni di persone, assisti imbelle al progressivo svilimento del diritto del lavoro, non fai una politica abitativa sostenibile, prevedi di fatto che intere generazioni non abbiano pensione, allora perché mai il cittadino dovrebbe sottoscrivere questo patto? Attenzione, io non sto propugnando la rivoluzione, io sto solo mettendo in guardia circa l’esistenza dei suoi presupposti.

Le persone, il popolo, non sono più rispettate. Un esempio? Ritorno al reddito di cittadinanza. In un contesto di prevaricazione e privilegio come l’italico, pare che in Italia il problema di un’eventuale concessione di un reddito di sopravvivenza sia che renderebbe gli italiani fannulloni. Capite? Non solo si viene affamati, ma si riceve anche una bella dose di dileggio.

Mi duole dirlo, ma anche un partito che si vorrebbe di popolo come la Lega ha dileggiato il bisogno del popolo, con l’introduzione dell’artificiosa antinomia tra operosità e percezione di sostegno al reddito, buona in realtà soltanto a mantenere il più iniquo status quo ed a conservare la vacuità sostanziale dell’istanza sociale primaria: l’autonomia economica come imprescindibile premessa democratica.

Oggi sta correndo ai ripari ma solo ieri, prima delle elezioni, ha gridato che era per il lavoro e non per la sussistenza. Come se non si potesse, ed anzi, si dovesse, essere incondizionatamente per entrambi.

Ma allora, Lega, da che parte stai? Sei un partito popolare che diffida del popolo? Quello che si chiama “reddito di ultima istanza” esiste in tutti i Pasi Ocse, a parte la Grecia ed, ovviamente, l’Italia.

Sono tutti stupidi? Oppure noi italiani siamo nati indolenti e fannulloni? Insomma, un razzismo rivolto al popolo italiano dai suoi stessi eletti? Guardate che non è né un paradosso né una provocazione. È proprio così che stanno le cose, eppure questa mostruosità non desta scandalo.

Inoltre, è stato calcolato che i posti vacanti oggi, in Italia, sono 250.000. Essendo i disoccupati 3 milioni si intende forse condannare a morte per stenti 2 milioni e 750 mila connazionali? E sappiamo che le liste di disoccupazione non sono che la pallida ombra del disagio reale.

Abbiamo anche avuto un Presidente del consiglio che ha dichiarato che un reddito di sostegno contravverrebbe il dettato costituzionale perché la Repubblica è fondata sul lavoro. Ma, di grazia, non è prima ancora fondata sul diritto alla vita? Non è che per lavorare occorre prima essere vivi?

Ecco perché è nata Patria Italiana, perché ormai si sono smarriti il senso della misura e della decenza. E la parola “Patria” non comporta affatto una aprioristico sciovinismo ma è la semplice indicazione di una direzione, quella nazionale.

Perché a fronte di uno strapotere capitalistico apolide ed omologante esiste una solo contromisura: la barriera dell’identità e della sovranità nazionale.

Se il rispetto del rapporto debito/Pil mi porta a non poter riparare le strade o i tetti delle scuole io non ho l’opzione, io ho l’obbligo di non rispettare quell’insensato ed artificiale rapporto.

Quando poi, quando alla grande finanza fa comodo, le regole possono essere violate nella maniera più radicale nel generale consenso.

Ricordate la storia del bail in, la storia che le banche avrebbero dovuto salvarsi da sole con i propri mezzi, che a ripianare i loro debiti avrebbero dovuto essere i loro azionisti? Quando si è visto che i debiti erano troppi, senza dire niente a nessuno sono stati riammessi gli aiuti d stato, e che aiuti: alla sola Mps sono stati donati 20 miliardi di euro! Una manovra economica.

La sfacciataggine è sconfinata, ed è sconfinata perché è impunita. Noi viviamo in un Paese in cui la Corte costituzionale ha condannato una donna disoccupata e con una figlia incinta a pagare una penale per essersi indebitamente allacciata al contatore della luce, con la motivazione che la corrente non è necessaria per vivere. Questo detto da giudici che guadagnano poco meno di 400.000 mila euro l’anno. E nessuno ha obiettato nulla.

Quando io ero ragazzo una cosa del genere avrebbe riempito le piazze di protesta. Ora solo sorrisetti, ammicchi, alzate di spalle, ora è proprio il trionfo i quel “gas esilarante” che nella “Domenica delle salme ” di De André presidia le strade.

Una volta i regnanti ed i nobili ed i privilegiati tutti non fingevano di stare dalla tua parte. Vivevano l’arroganza del loro privilegio con assoluta protervia ma in qualche modo ne accettavano anche i rischi. Ed il rischio era che una mattina un gruppo di contadini disperati dall’indigenza ti infilasse un forcone nella pancia.

E nessuno avrebbe tentato di spiegare a questi braccianti che non era comprensibile la loro violenza. Perché che esistesse una violenza implicita nel sistema economico e sociale era una cosa lampante.

Ora no, ora, in un momento in cui l’1% della popolazione mondiale detiene il 99% della ricchezza si va sostenendo che la violenza va combattuta sempre e comunque. Posso condividere, in linea di principio ma, una domanda: la non violenza, in un mondo di brutale disuguaglianza, non è la maggiore delle violenze?

Sarebbe così sbagliato affermare che la pretesa della non violenza da parte di alcuni, in un mondo violento, spietato, è la peggior violenza da parte degli altri?

Vogliamo o non vogliamo dunque correre ai ripari prima che la situazione esploda?

Se qualcuno obiettasse che qui da noi, nell’italica penisola, la diseguaglianza economica non è a livelli intollerabili, altro non avrei da fare che esporre una fotografia esatta della situazione italiana. Eccola.

Nel 2016 la ricchezza dell’1% più ricco degli italiani (in possesso oggi del 25% di ricchezza nazionale netta) è stata di oltre 30 volte la ricchezza del 30% più povero dei nostri connazionali e 415 volte quella detenuta dal 20% più povero della popolazione italiana.

Per quanto riguarda il reddito, tra il 1988 e il 2011, il 10% più ricco della popolazione ha accumulato un incremento superiore a quello della metà più povera degli italiani. E, come rilevato da una recente indagine demoscopica di Demopolis per Oxfam Italia, sono proprio reddito e ricchezza a rappresentare le due dimensioni in cui i cittadini italiani percepiscono oggi le disuguaglianze più pronunciate.

Siamo sinceri. Quando siete andati a votare, il 4 marzo, li avevate ben presenti questi problemi? La loro enormità? E siete comunque andati a votare questi partiti?

Io ho sempre votato prima d’ora ma questa volta non ce l’ho fatta perché, a mio modo di vedere, questa sarebbe stata correità. L’impasse attuale non solo era prevedibile ma è stata prevista, ed espressamente voluta.

Siamo tornati al proporzionale e ci stupiamo delle bizze dei segretari di partito? Ma abbiamo un problema in più ora, che i segretari di partito non hanno alcuna preparazione né tecnica né politica né sociologica. E che nemmeno ascoltano che gliela potrebbe offrire.

Permettetemi infine anche una notazione di carattere identitario.

La nostra civiltà occidentale, per come la conosciamo e per come è, trae linfa e sostanza dalla tradizione cristiana. Se passeggiamo per le nostre città vediamo bianche cattedrali sorgere nelle piazze principali ad orgoglioso monito e segnacolo della nostra identità storica. E con la storia non ha senso discutere se sarebbe o non sarebbe stato meglio che fosse quel che è stata. La storia è, ed è una volta per tutte, e le nostre radici occidentali sono da due millenni cristiane.

Se per un attimo la si smettesse di non volere ascoltare e si fosse disponibili ad assumere o quantomeno valutare nuovi modi di vedere le cose, non sarebbe allora difficile considerare che ribadire l’identità culturale di una nazione non è uno stolto atto di protervia bensì la semplice e doverosa premessa di un dialogo che sia foriero di un reciproco arricchimento scongiurante l’annichilimento. Quell’annichilimento identitario ed egualmente comodo e funzionale al più becero dei capitalismi ed alla più ottusa mondializzazione.

È inutile che vengano ad illustrarci i benefici effetti della biodiversità per poi indurci a ritenere che il toccasana della nostra possibile futura prosperità sia la più completa e sistematica omologazione culturale.

Distinguere non è classificare e dal momento che tale differenza è evidente, occorrerà rilevare che il non vederla sia assolutamente intenzionale.

Fateci caso, i discorsi dei leader comunisti cinesi e dei più beceri campioni del capitalismo trionfante si equivalgono: chissà perché! Perché entrambi hanno mercificato e strumentalizzato e mortificato, perché entrambi hanno annullato, svilito e incenerito l’individuo, la sua dignità di essere autonomamente, vale a dire liberamente, pensante.

E quale potrà mai essere l’argine a questa deriva se non una classe politica coraggiosa, attenta e capace? L’ultima trovata è stata quella di tornare alla democrazia per censo, ovverosia la richiesta dei partiti ai propri candidati di un contributo di decine di migliaia di euro. E questo ovviamente, sempre, nell’inscalfibile indifferenza generale.

Italiani, forse i bianchi divani dei salotti televisivi – come un tempo i telefoni dei film di regime – e le scosciate tardone dei talk show ve lo hanno finora nascosto, ma questo è un Paese in guerra che ha smesso di contare i suoi caduti.

In un sistema democratico non esiste altro modo per riformare una nazione che il passaggio attraverso l’associazionismo politico e l’elaborazione di una nuova idealità in grado di sottrarre lo scettro all’interesse privato per riconsegnarlo all’interesse pubblico. Questo è Patria Italiana.